mercoledì, Agosto 4, 2021

Siamo sicuri che il nuovo Governo è la strada giusta?

In molti vedono nel governo Draghi un nuovo modello di politica, la soluzione per veder riconosciuti i propri meriti e le proprie fatiche, sia come persone che lavorano, sia come persone che vivono un paese, che lo sappiamo tutti, è meraviglioso. Eppure, qualcosa non va. E vorrei tanto sbagliare.

La Politica è fatta di idee, e queste devono essere accettate dalla comunità per avere senso.

E qui entra in gioco come sei capace di dire le cose.

In sostanza, la politica è la massima espressione della retorica di Aristotele, dove le tre cose importanti sono:
primo: il contesto che incornicia il ragionamento, Aristotele lo definiva Ethos, oggi lo chiameremo Framing.
secondo: le parole che decidi di usare per argomentare il tuo ragionamento, Aristotele utilizzava il termine Logos, oggi parliamo di narrazione, storytelling, semantica e così via.
terzo: le emozioni che sai richiamare e attivare, ovvero il Pathos. Oggi sul tema delle emozioni quali attivatori dei nostri comportamenti sappiamo molte più cose. Sappiamo che sono quelle che ci portano ad agire, a farci prendere una nuova strada, a chiudere un percorso per aprirne un altro. Sono, in estrema sintesi, la parte del nostro pensare che ci spinge ad essere in un modo o in un altro ed a comportarci, in uno stesso contesto, in maniera differente.

Ad ascoltare il discorso di Draghi al Senato la sensazione è stata di grande tristezza. Un discorso studiato per le persone che lo ascoltavano da casa, non certo per i Senatori e i partiti politici che avevano già deciso la loro adesione o meno alla fiducia.

Nel suo discorso, Draghi ha parlato di sofferenza, di guerra da continuare a combattere, di un nemico subdolo e invisibile. Ha continuato a parlare di trincea, di valorosi che si sono sacrificati, di vittime dirette del nemico e vittime che hanno avuto la sfortuna di sopravvivere ai mortali colpi che il virus (nemico invisibile) infliggeva. Prendetevi la briga di andarlo a riascoltare.
Anche quando si è riferito al suo predecessore, lo ha fatto come al valoroso condottiero che ora ci ha lasciato.

In sostanza ha utilizzato, scientemente, l’idea metaforica della guerra, che porta con se diversi orrori. Ne indico quattro.

Uno: la paura, che per essere affrontata e superata avrebbe bisogno di emozioni di gioia, di prospettiva, di comunità. Ma se ti riferisci ad essa come conseguenza della realtà che ti circonda, ciò che essa determina è solo la voglia di fuggire e nascondersi.
Due: il senso di sconfitta e di distruzione, perché ognuno di noi disegna la sua realtà partendo da quello che vive sul momento e se hai perso il lavoro, se ti impediscono di aprire poche ore prima di quanto era fissato, se ti hanno costretto agli arresti domiciliari, o meglio a vivere nascosto da un nemico che, ci hanno detto, non c’era modo di vincere, non puoi trovare in te la voglia di agire perché, in fondo, potresti anche vincere. No, ti senti sconfitto in partenza.
Tre: vedere nemici ovunque. Già perché l’istinto di sopravvivenza è forte e, come prima regola, non si fida di nessuno. Una mascherina scesa è un nemico, uno starnuto è un nemico, un abbraccio è un nemico.
Quattro: l’idea del poter fare sostituito con il’idea del dover fare. Pensiamo a questo: ogni momento siamo chiamati a prendere una decisione e le parole e il loro senso, ci aiutano e danno senso alla scelta. Facciamola semplice: immagina di dover far fare i compiti di scuola ad un figlio. Posso dirgli: “devi fare i compiti“. Ma posso anche dirgli: “puoi fare i compiti“, “sai fare i compiti“, “vuoi fare i compiti“. Si chiamano verbi servili: devi, puoi, vuoi, sai fare, e indicano, rispettivamente, dovere, possibilità, volontà, capacità. Il primo (devi) lo subisci, gli altri tre sono una tua scelta. Nella scelta si cresce, nella scelta si accetta di sbagliare, nella scelta c’è la manifestazione della propria personalità. La metafora della guerra obbliga ad agire con un imposizione che arriva da altri (devi), e giustificate da una situazione complessa e pericolosa. Ma toglie dignità alle persone, nasconde alla vista la creatività, spegne l’ingegno. Tutte cose che non sono utili, perché non stiamo vivendo una guerra. Ce la stiamo solo raccontando.

A proposito di racconti, vorrei raccontare una storiella di quando ero più giovane, anche perché sono certo l’avranno vissuta in molti.

Giocare al buio. Funzionava così: si spegnavano le luci e bisognava trovarsi, farsi il solletico o quei piccoli dispetti che mettevano tanta allegria. Quando sono diventato più grande, gli ormoni contribuivano a rendere il gioco più piccante, ma il senso di gioia e allegria era lo stesso. La domanda è: se avessi avuto paura del buio? Come mi sarei comportato in quella camera buia?

Si, siamo in una stanza buia, perché il periodo che stiamo vivendo è complesso. Ma sono le emozioni, le parole, le motivazioni che sappiamo trovare che cambieranno la realtà, e non cercando di accendere la luce, ma semplicemente cercando la porta per uscire, insieme alle persone che sono li con noi.

Nel discorso di Draghi c’è il richiamo alla paura, ma non ci sono le emozioni che avrebbero potuto dare la spinta per affrontarla e cambiarla in altro. Nel discorso di Draghi c’è un nemico, delle vittime, dei sacrifici da fare per salvare qualcuno. Non sappiamo come, non sappiamo quando. Sappiamo che la guerra è in corso e che il futuro è in mano a pochi che dovranno prendersi la responsabilità di gestire gli eventi e ridisegnare il futuro. Un compito dove, ci diranno, gli interessi dei molti contano più delle esigenze dei singoli.

C’è di che avere paura, ma non del virus.

p.s. prima potevamo dare la colpa all’incapacità del governo Conte di non saper comunicare (colpa di Casalino). Ora, atteso l’altezza del personaggio, possiamo ancora dire che è incapacità nel comunicare ?

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Il bello di un sogno nel cassetto è aprire il cassetto e realizzarlo. La comunicazione e il marketing, in momenti diversi, aiutano a rendere la propria idea di impresa qualcosa di reale e per cui, poi, vale la pena dedicare le proprie energie. Il mio lavoro è aiutare le imprese e i professionisti a raccontare la loro idea, il loro modo di lavorare, il loro modo di essere e, in questo modo, renderle uniche. Mi occupo di comunicazione da tanti anni.

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