mercoledì, Giugno 29, 2022

What If (… e se, …). Le alternative che restano a farti compagnia. O forme di storia.

C’è una cosa che mi piace fare, ma che non faccio. Che poi, immagino, sia una cosa che capita a tutti noi.
Mi piace la fotografia, mi piace fermare i momenti all’interno di una singola immagine, un po’ per ricordarli, ma soprattutto per riviverli anche diversamente da come sono veramente accaduti. Mi piace, ma non lo faccio. Chissà perché?

A volte, passeggio e me lo domando: “ma come è possibile, ti piace e non lo fai; potresti fare un corso, anche base, e non lo fai, si … si, leggi qualche libro, ma non è la stessa cosa. Allora perché?
Perché non voglio uscire dalla mia storia, perché penso che se portassi la fotografia nella mia vita, poi vorrei cambiare il mio lavoro, le mie giornate, anche il mio modo di pensare e di vedere le cosa. Alcuni direbbero: “puoi fare tutto, se lo vuoi”, si magari è vero, magari è la questione è un po’ più complessa.

Il concetto di What If (… e se, …) è il motore di ogni storia, anche personale.

Ogni singola immagine fotografata, penso, è l’occasione di domandarci cosa sarebbe accaduto di diverso se avessimo fatto qualcosa di diverso. Come se ogni singolo momento possa diventare l’inizio di una nuova storia in cui immergersi.
E come lo è una fotografica, lo è un ricordo.
Si, esatto: c’è anche la questione dei ricordi, che non sono frammenti di realtà, ma sono ciò che noi raccontiamo di un evento che ci ha coinvolto, e questi racconti (cosa affascinante) hanno sempre dettagli importanti, diversi ogni volta che li raccontiamo a noi, o ad altri. Un po’ come se nei nostri pensieri ricostruissimo ciò che accaduto inserendo un piccolo “e se invece …”.
C’è veramente da pensare: quanto volte ci diciamo: “se avessi fatto così, se avessi scelto questo e non quello …” (capita spesso quando ci sentiamo in colpa); ad ogni “ … e se, …” c’è una strada diversa da percorrere, un’altra possibilità, una nuova occasione.

È la capacità, mi sento di andare oltre, è la capacità dicevo, di dare maggiore valore alle esperienze, di espanderle, di dargli un significato ogni volta più grande; è l’idea di avere possibilità sempre a disposizione, opportunità che puoi riscoprire solo per il fatto che trovi il modo per dargli spazio.
Già, e allora con la fotografia? Perché non gli dai spazio?

What If: fighissimo come idea, ma un po’ di attenzione è buona cosa.

Dicevamo: e allora la fotografia? Perché non gli dai spazio?
Entrare in mille mondi, nelle mille storie che What If ci offre, è come entrare in un mondo di balocchi: divertentissimo, entusiasmante, ma c’è un ma. Le storie sono parte di noi, vero, sono ciò che ci hanno permesso di evolvere, e che, nel presente, ci permetto di dare forma alla nostra realtà. Però una storia ha delle regole precise: ci invita ad entrare, ci accoglie e ci da la possibilità di immedesimarci; poi ci lascia andare, permettendoci di portare con noi ciò che ci serve e lasciando quello che è inutile o (peggio) nocivo.
Un continuo “… e se, …”, “… e se, …” ci mette nella condizione di evitare le scelte, che sono gravose perché comprendono il fatto che dobbiamo rinunciare ad altro. Continuare con “… e se, …” ci toglie il coraggio di rinunciare alle cose, e senza l’idea della rinuncia non abbiamo la capacità di giudicare ciò che, per noi, è giusto o sbagliato, che è bello o brutto, che è utile o inutile.
… e se, …” ci porta in un mondo narrativo in cui tutto è possibile, e dove, sospendendo il filtro dell’incredulità, crediamo che tutto sia possibile, salvo il fatto che tutto il possibile corrisponde al nulla.

What if: dare spazio alla creatività.

In effetti ci sarebbe anche l’aspetto della creatività da considerare. Che molti considerano come un dono innato, mentre è qualcosa che richiede impegno per meritarsela.
What If è, per estensione, la capacità e la voglia (perché a volte siamo troppo pigri) di farci delle domande, di prendere la soluzione che abbiamo trovato in quel momento e, mettendola per un po’ da parte, continuare a cercare.
… e se, …” è la porta da cui possiamo passare per arrivare nel mondo della creatività, dove ci sono cose che si fanno in un modo, ma pure in un altro; dove una parola diventa altro dal solito perché l’associ a qualcosa di nuovo.
Che poi ci sarebbe altro, ma fermiamoci qui (per ora).

What if: piccole storie del possibile che può diventare reale.

Ci sono tanti altri pensieri a cui dare spazio, altrimenti che What If sarebbe, ma dobbiamo emergere dalla nostra storia e tirare le fila dei pensieri che ci hanno accompagnato fino ad ora.
What If, mi sento di dire, è un’esperienza potente, coinvolgente, e dobbiamo necessariamente governarla: deve essere uno strumento di quelli che tiriamo fuori dal cassetto (come i sogni) quando ci serve, per poi riporlo e tornare a noi. Sappiamo che c’è, e sappiamo che c’è altro. Come con la fotografica, che è sempre lì con il suo “… e se, …”.

Ecco, l’idea è quella conservare le sensazioni che accompagnano la fotografia, perché arriverà il giorno che potranno avere il loro spazio. È l’idea che le cose possono esserci, ma devono farlo nel momento esatto in cui sei pronto e puoi viverle senza che creino disordine nei tuoi pensieri, che poi sono la tua vita.
E se funzionerà, vorrà dire che l’abbiamo fatto funzionare.

p.s. comunque di creatività ne riparliamo.

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Il bello di un sogno nel cassetto è aprire il cassetto e realizzarlo. La comunicazione e il marketing, in momenti diversi, aiutano a rendere la propria idea di impresa qualcosa di reale e per cui, poi, vale la pena dedicare le proprie energie. Il mio lavoro è aiutare le imprese e i professionisti a raccontare la loro idea, il loro modo di lavorare, il loro modo di essere e, in questo modo, renderle uniche. Mi occupo di comunicazione da tanti anni.

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